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Nel lontano 1966, arrivò nelle sale cinematografiche il film Viaggio Allucinante, dove un gruppo di scienziati venivano miniaturizzati dentro ad un sommergibile, rimpicciolito al punto di poter navigare all'interno del corpo umano in vene, arterie e vasi capillari, per salvare uno dei protagonisti della pellicola.
A 44 anni di stanza, si parla con sempre maggiore frequenza di nanomacchine, non come argomento dell'ennesimo titolo sci-fi, ma perché di qui a poco tempo saremo stabilmente in grado di creare addirittura dei computer grandi, o meglio piccoli, come una nostra cellula ed ancora meno.
Nella realtà dei fatti un esperimento simile è già stato condotto con successo dall'Instituto de Microelectrònica de Barcelona, dove è stato inserito un chip grande 3 micrometri (0,003 millimetri) in una cellula vivente, con l'esperimento che ha dato come risultati la sopravvivenza delle cellule stesso nel 90% dei casi.
Per il momento il chip è inattivo, ma nel futuro potrà integrare sensori per la rilevazione di parametri vitali e tutta una serie di informazioni utili, ad esempio, per la diagnosi e la cura delle malattie.
Le implicazioni in campo medico di una simile tecnologia sono infatti enormi, dal momento che sarebbe possibile avere delle “sentinelle” all'interno delle cellule, in grado di lanciare segnali di allarme immediatamente all'insorgere di problemi o patologie.
Alla miniaturizzazione di uomini e sommergibili non ci siamo ancora, ma i chip cellulari sono realmente dietro l'angolo. Nemmeno Orwell era riuscito ad immaginare tanto...
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